Ci sono domande che non arrivano quando stai male. Arrivano, stranamente, quando stai bene.
25 agosto 2026 · 2 minuti di lettura
Ci sono domande che non arrivano quando stai male. Arrivano, stranamente, quando stai bene: quando la vita ti sembra piena e proprio per questo alzi lo sguardo verso i suoi confini. Una di queste torna a trovarmi ogni tanto, senza paura, solo come un pensiero che mi va di seguire fino in fondo. Quando moriamo, il corpo si spegne. Ma la coscienza, quella parte di me che si sente essere me, dove va?
La cosa che mi colpisce e’ che sembrano due cose separate. Da una parte il corpo, che posso vedere e toccare, fatto di materia come un sasso o un fiume. Dall’altra i miei pensieri, che non pesano niente, non hanno colore, non li posso mettere su una bilancia. E allora viene naturale chiedersi: se la coscienza non e’ fatta di materia, perche’ mai dovrebbe finire quando finisce la materia?
Su questo l’umanita’ si divide da sempre in due grandi risposte. C’e’ chi dice che l’anima e’ davvero una cosa a parte, e che quando il corpo si ferma lei continua altrove. E c’e’ chi dice che la coscienza nasce dal corpo, precisamente dal cervello, come la fiamma nasce dalla candela: sembra qualcosa di diverso, danza, ha vita propria, ma se spegni la candela la fiamma non va da nessuna parte. Semplicemente smette di esserci, perche’ era quel processo che bruciava.
La verita’ onesta e’ che nessuno lo sa. Non un prete, non uno scienziato, non un filosofo. E’ l’unica esperienza umana su cui non abbiamo nessuna testimonianza diretta, e questo ci mette tutti, il piu’ sapiente e me, esattamente alla pari davanti allo stesso muro. C’e’ qualcosa di stranamente pacificante in questo.
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Poi mi sono accorta di una cosa. Forse la domanda vera non e’ dove va l’anima quando finisce, ma da dove e’ venuta mentre c’e’. Io sono un insieme di atomi, gli stessi che stanno nell’acqua e nell’aria, e nessuno di loro, preso da solo, prova niente. Eppure messi insieme nel modo giusto, ecco che qualcosa comincia a sentirsi essere. Se non so spiegare da dove salta fuori questo sentire, forse e’ per lo stesso motivo che non so dire dove vada. Sono lo stesso mistero visto dai due lati.
E allora ho iniziato a immaginare l’anima non come un oggetto nascosto da qualche parte dentro di me, ma come una melodia. Una melodia non sta in un posto preciso: esiste solo mentre viene suonata. Non la puoi mettere in tasca, non la puoi cercare in un cassetto. E’ un accadere, non una cosa. Forse e’ cosi’ anche il mio io: non un piccolo me seduto dietro gli occhi, ma qualcosa che accade di continuo, finche’ accade.
Sul morire in se’ ho meno paura di quanto la parola faccia pensare. Da chi ci e’ arrivato vicino, il racconto e’ quasi sempre di un venire meno dolce, come quando ti addormenti e non riesci a cogliere l’istante preciso in cui passi dalla veglia al sonno.
Vorrei vivere fino a cent’anni, questo e’ certo. E credo che sia proprio questo a portarmi queste domande: non la vicinanza alla morte, ma la pienezza della vita. Sono radici che tengono e insieme il desiderio di muovermi, di capire, di restare curiosa. Non ho una risposta da darti, e va bene cosi’. Certe domande non si tengono in mano. Si suonano, come una melodia, e basta.
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